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ANCI Lombardia: al servizio dei Comuni lombardi

L'Associazione Nazionale dei Comuni Italiani venne fondata nel 1901.

Gli albori del nuovo secolo, in un clima denso di attese e di spinte innovatrici, portarono prepotentemente alla ribalta la necessità di un'organizzazione unitaria dei Comuni, che si ponesse come una forza autonoma di fronte allo Stato.

Preparatori, a fine Ottocento, furono un appello del sindaco di Foligno nel 1892 e un convegno di sindaci a Roma nel 1894.

L'iniziativa che risultò decisiva fu presa a Parma e la formulazioni dell'esigenza da cui mosse la lotta comunale fu subito esplicita: il Comune non visto liberisticamente come una funzione soltanto fiscale della società civile, che tutto riporta alla dimensione dello Stato, ma qualcosa di vitale di per se stesso, con precisi compiti e obblighi verso i suoi abitanti. Modello ispiratore, primo e probabilmente unico riferimento, fu la «Lega dei Comuni Inglesi», al punto che nelle carte preparatorie del primo congresso nazionale italiano risultano sia il regolamento che il verbale dell'annuale assemblea d'oltremanica.

L'iniziativa da Parma fu poi trasferita a Milano, perché con il suo prestigio la città lombarda avrebbe potuto assicurare un maggiore successo. Il 5 Ottobre 1901 il sindaco di Milano Giuseppe Mussi comunicò al Comitato promotore, avendo ottenuto moltissime adesioni, si sarebbe riunito a Parma: così nei primi giorni 17,18 e 19 ottobre dello stesso anno ebbe luogo nel salone del Ridotto del Teatro Regio il primo congresso.

I comuni aderenti furono 1.044, così ripartiti: Lombardia 272, Emilia Romagna 139, Piemonte 112, Veneto 100, Marche 83, Toscana 60, Lazio 48, Campania 29, Puglia 28, Sicilia 28, Liguria 26, Friuli 25, Umbria 25, Abruzzo e Molise 22, Calabria 21, Sardegna 18 e Basilicata 8.

Primo presidente fu Giuseppe Mussi, sindaco di Milano. Emilio Caldara il primo segretario.

Altra tappa fondamentale, la rifondazione, avvenne nel Convegno di Roma, svolto il 6, 7 e 8 settembre 1946. La costante e mai sopita tendenza autonomistica riprese vita nel post-fascismo. L'autonomismo dell'Italia, maturato durante la guerra di Resistenza, ebbe dei connotati nuovi. In particolare si individuarono il «carattere popolare: la connessione con le masse subordinate, la partecipazione attiva di strati più o meno ampi di queste ultime alla battaglia per l'autonomia». In altre parole prese consistenza l'«autonomia partecipata» che divenne il contraltare dello Stato moderno-accentratore per concretizzare la volontà di riportare al binomio periferia-società la gestione politica della vita associata.

Su questa linea acquistò significato la rifondazione dell'Associazione Nazionale dei Comuni Italiani che, nell'aprirsi del dibattito sulla rifondazione dello Stato attraverso la stesura della nuova Carta Costituzionale, con fermezza si propose «la conquista e la difesa delle libertà municipali in ogni manifestazione di vita e della attività comunale».

 

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